A RICORDO DI ALDA MERINI
Quando ieri Vincenzo m’ha chiesto di scrivere qualcosa sulla scomparsa di Alda Merini ho detto subito di si, anche se, confesso l’ignoranza, non conoscevo molto di lei. Pur essendo un accanito lettore di prosa e saggistica non amo la poesia, la trovo spesso criptica o banale. Ma come la persona in questione condivido la sorte. Sono anch’io seguito dal servizio di igiene mentale. Ho iniziato il mio travaglio a Torino dove nonostante chiedessi d’essere ricoverato perché non mi sentivo bene, non lo facevano. Finché una dottoressa m’ha sommariamente visitato e dato un grammo e mezzo di comprensione chiamato Tavor. Mi sono steso su una barella del Pronto Soccorso e ho lasciato che il farmaco facesse il suo effetto, alla mattina è ricominciata la trafila; io non mi sentivo bene. Un medico del Pronto Soccorso, ha frettolosamente stilato un certificato che ancora conservo su cui c’era scritto non necessita di ricovero. Ma proprio non mi sentivo bene, allora insistevo al punto che è intervenuta una dottoressa che ha urlato “ci penso io”. Mi hanno fiondato un punturone da cavallo che m’ha letteralmente steso e spedito in ricovero coatto al diagnosi e cura. Per riprendermi, al rientro, mi sono fatto ricoverare in una casa di cura di Modena dove avevo come compagno di stanza un ragazzo che non passerà mai dalla mia mente. Era lacerato nell’anima dai sensi di colpa essendo omosessuale e fervente Cattolico. Leggeva in continuazione una lettera di un Vescovo ligure che diceva di comprenderlo, ma di non poterlo perdonare. Lo distruggeva. Ricordo che, chiedendomi il permesso mi guardava scrivere sul mio portatile e si masturbava. Poi piangeva. Che dramma i sensi di colpa. E alcune cliniche ci marciano su e fanno interminabili ricoveri per curare non si sa bene cosa se non la normale natura umana. Alle spese del contribuente. Io sono rimasto venti giorni: il tempo di scrivere un libro dal titolo “Punto e a Capo” il virus dell’utopia è più forte dell’HIV, poi editato dalla Feltrinelli nel Duemila. Ma non sono uno scrittore: non amo le etichette e l’unica che sento davvero mia è quella di ex cantiniere avendo lavorato per più di vent’anni nell’azienda di famiglia. Poi la malattia c’ha messo il becco e ho dovuto a malincuore interrompere. In oltre, quel libro m’è scappato e solo oggi a distanza di otto anni ho ripreso a scrivere. Ho letto ieri su La Stampa di Torino che Alda Merini scriveva in continuazione, sui pezzetti di carta che le passavano per le mani, poi ha trascorso vent’anni di completo silenzio. Era anche lei divorata dalla sofferenza psichica. Ha subito numerosissimi ricoveri, probabilmente anche in un periodo dove le malattie mentali venivano trattate con metodi disumanizzanti, finché non è intervenuta la benedetta legge Basaglia, che ha letteralmente aperto i manicomi. Oggi ci sono - nel bene e nel male - strutture simili agli Hospitali, termine che significa ospitale. Ma ahimè hanno cessato d’esserlo mettendo insieme metodi sempre più spersonalizzanti. Dovrebbero chiamarle case di cura e basta. Io, dicevo, soffro di sindrome bipolare: le mie giornate conoscono Il buio la luce e l’abbaglio. E come la Merini ho scoperto che ispirazione e disperazione sono vicine di casa: abitano sullo stesso pianerottolo. Ieri, dopo la telefonata di Vincenzo mi sono precipitato in biblioteca a leggermi “folle folle folle d’amore per te” edito da Salani. L’ho dovuto divorare, anche se so che la poesia va gustata a piccole dosi e non posso che riconoscere la grandezza dell’autrice. D’altra parte insignita d’una laurea ad onoris. Era una tormentata insomma, alla continua ricerca di denaro finché le fu riconosciuto il vitalizio della legge Bacelli. Solo allora lasciò il suo appartamento sui navigli perennemente in disordine e dove, si dice, scriveva tumultuosamente, per trasferirsi in un hotel. Ma mai dimenticandosi dei suoi amici clochard, e questo la fa ancora più grande. Poi è venuta la fama, con comparse televisive di successo ma a me inaccessibili: i vecchietti vanno a letto presto. Il tutto l’ha portata ad essere l’unica poetessa italiana a vendere oltre ventimila copie. Il resto, la cronaca, la troverete su qualunque giornale. Non so se fosse una credente, come lo sono io, so che Dio riserva in Paradiso un posto speciale per diseredati. Amava citarlo, e tanto mi basta. E poi, come insegna Platone, i poeti hanno un compito del tutto speciale: quello d’educare. Spetta dunque loro l’onere di non dire baggianate o falsità. La Merini ha avuto la grazia di scomparire nel giorno di tutti i Santi, qualcuno, ironicamente, sostiene che l’ha fatto per avere il più alto numero possibile di visite nel giorno dei morti, quel che è certo è che non passerà mai nel dimenticatoio, mi firmo con uno pseudonimo a me caro Agostino Baracca, il nome perché amo le giornate assolate e il cognome perchè sono un baraccato: poi è il protagonista dei miei nuovi scritti. Anche per questo i miei genitori ne sono rincuorati.